Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti  ai tweet

Diversi modi di comunicare: dalle statue Parlanti di Roma ai tweet

 dalle statue Parlanti ai tweet

L’uccellino cinguettante ha trasformato per sempre il nostro modo di comunicare, tra neologismi creativi e satira graffiante, Twitter ha profondamente cambiato gli usi e le abitudini degli internauti. Il termine “hashtag”, per chi non disdegna l’italiano noto come cancelletto, è entrato a pieno titolo nel gergo comune, così come il verbo “twittare” e il sostantivo “tweet”. Rendendo tutto breve, immediato ed effimero. I Social, moderni cortili o agorà virtuali, dove l’uomo contemporaneo esterna opinioni e stati d’animo, diventano specchi controversi e imprescindibili dei nostri tempi. Termini come postami, taggami, linkami, scandiscono i ritmi delle nostre giornate, lasciandoci credere che ciò che facciamo non sia mai stato fatto prima, e che nessuno ci abbia mai pensato. Purtroppo ci sbagliamo perché i nostri avi non solo comunicavano visivamente, ma lasciavano i loro messaggi sui muri anzi sulle statue, essendo leoni pur senza tastiera. D’accordo, erano statue piuttosto che bacheche virtuali, ma valeva la stessa logica generale, perché a Roma anche le statue parlavano o per meglio dire cinguettavano. Perfette antesignane dei moderni social, le statue parlanti di Roma, sono una serie di statue (tradizionalmente sei) su cui, fin dal XVI secolo, i romani affiggevano messaggi anonimi, contenenti per lo più invettive in versi di carattere satirico atte a pungolare anonimamente i personaggi pubblici più noti, messaggi  che presero il nome di pasquinate dalla statua parlante più  celebre,  nota come Pasquino. Il “nostro” Pasquino è un frammento di un opera di probabile stile ellenistico (riconducibile al III secolo a.C.), danneggiata nel volto e mutilata degli arti, ciò che riamane rappresenta probabilmente  un guerriero greco oppure un gruppo di due guerrieri, l’uno che sorregge l’altro, è probabile si tratti del frammento di un gruppo dello scultore Antigonos raffigurante Menelao che sostiene il corpo di Patroclo morente. Ritrovato nel 1501 durante gli scavi dello Stadio di Domiziano (ossia l’attuale Piazza Navona) e i lavori di ristrutturazione di Palazzo Orsini. Dopo il ritrovamento fu spostato in quella che al tempo era Piazza di Parione e che oggi prende il nome di Piazza di Pasquino. La ristrutturazione, di cui si occupò anche il Bramante, fu eseguita per conto dell’influente cardinale Oliviero Carafa. Il prelato, che avrebbe occupato la prestigiosa dimora, insistette per salvare l’opera, ritenuta di scarso valore dai suoi contemporanei, applicandovi lo stemma dei Carafa e un cartiglio celebrativo. Anche l’origine del nome è avvolto nella leggenda, di cui esistono innumerevoli versioni: la più accreditata rintraccia Pasquino in un noto artigiano del rione Parione (un barbiere o un sarto o un calzolaio), famoso per la sua vena satirica. Secondo altri si tratterebbe di un ristoratore che esponeva i suoi versi proprio in quella piazza o ancora un docente di grammatica latina di una vicina scuola. Un’ultima ipotesi collegherebbe il nome della statua a quello del protagonista di una novella del Boccaccio morto per avvelenamento da salvia, erba nota per le sue proprietà curative: il nome quindi indicherebbe metaforicamente chi viene danneggiato dalle cose che si spacciano per buone, come in questo caso il potere papale.  Ma chiunque sia il burattinaio della celebra scultura, sia esso bottegaio, docente o ristoratore, esso rappresentò per molto tempo la voce del popolo romano, una voce che si esprimeva attraverso la poesia e la satira irriverente. Cosicché il popolo attendeva ogni giorno con ansia la nuova pasquinata, che puntualmente ogni mattina veniva rimossa dalle guardie, non prima che il popolo potesse leggerne e commentarne il contenuto.  Col tempo, la satira sempre più feroce, aspra e pungente divenne fonte di preoccupazione, e parallelamente d’irritazione, per i potenti presi di mira dalle pasquinate, primi fra tutti i papi. Un’irritazione talmente evidente che spinse i pontefici a emanare editti per arginare e scoraggiare il fenomeno dei libelli, fino ad applicare la pena capitale per gli autori. Come numerosi furono i tentativi di distruggere la scomoda statua chiacchierona, tanto che più di un pontefice tentò di disfarsene, ordinando di gettarla nel Tevere. Ma l’amata scultura fu salvata in extremis dai cardinali della Curia, che intravidero il pericolo di un simile “attacco” censorio, alla libertà di espressione del popolo romano. Per un certo periodo la statua fu addirittura presidiata dalle guardie per non permettere a nessuno di avvicinarsi, fu allora che altre statue fecero la loro comparsa facendo le veci del Pasquino: Marforio nel cortile del Museo CapitolinoMadama Lucrezia a Piazza di S. Marco, l’Abate Luigi a Piazza Vidoni, il Facchino in via Lata, il Babuino a Via del Babuino. Le pasquinate non erano soltanto espressione di un malcontento popolare: in molti casi gli stessi rappresentanti del potere le usarono per fini propagandistici contro avversari scomodi, spargendo maldicenze nel tentativo di ottenere il favore popolare. Non si trattava, in questi frangenti, della classica opposizione al potere, ma solo di favorire qualcuno per la scalata a quel potere.  Famosa la pasquinata contro Napoleone Bonaparte, accusato di aver trafugato le opere d’arte italiane per portarle in Francia. Si tratta di un colloquio tra Pasquino e Marforio: Marforio: È vero che i francesi sono tutti ladri? / Pasquino: Tutti no, ma BonaParte! Purtroppo la “produzione” si estinse con la fine del potere temporale, con la breccia di Porta Pia, che poneva il popolo romano di fronte a nuovi sovrani,  così la statua tacque, priva del suo antico bersaglio, e  i fogli appesi scomparvero, tornando sporadicamente. Soltanto nel 1938, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino ruppe il lunghissimo silenzio per ironizzare sulla vuota pomposità degli allestimenti scenografici, sparsi per la città:

«Povera Roma mia de travertino

te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino
venuto da padrone!»

Infine Pasquino, muto come il marmo, travalica i confini della città eterna per raggiungere quelli del cinema, come personaggio di un film che fece epoca, “Nell’anno del Signore”, interpretato da un rustico e popolano Nino Manfredi, degno successore di una leggenda tramandata per secoli. La leggenda asserisce che il primo Pasquino, tramandò la tradizione a un ragazzo fidato, d’ideali affini. Da allora, il vero Pasquino ha decretato un suo successore, per ben cinque secoli.  Il caso vuole che per quasi cinquecento anni, Pasquino non fu mai trovato. Ma è lecito chiedersi che fine abbia fatto Pasquino? Come ogni leggenda che si rispetti nessuno può fornirci una risposta certa, ma mi piace pensare che la rete, sotto lo pseudonimo del nickname, abbia preso il testimone della tradizione della critica arguta, del lazzo, della satira, seppur con altre modalità mantenendo in parte viva la tradizione. Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet  Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modi di comunicare dalle statue Parlanti ai tweet,Diversi modidi comunicare dalle statue Parlanti ai tweet



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